Ce l'ho fatta per un pelo

Introduzione e primo capitolo

Ero in auto con mio padre intento a far girare la leva del finestrino che con gran fatica andava su. Me lo ricordo ancora il frastuono del motore di quella vecchia auto. Avevo otto anni e, seduto al suo fianco, su quello scomodo sedile, percorrevamo la strada che passava davanti all’ospedale del paese.

Rallentando per il traffico, ci fermammo casualmente proprio di fronte alla grande scritta rossa del Pronto Soccorso. Quella scritta era per me sinonimo di un luogo familiare, perché era proprio in ospedale che lavoravano entrambi i miei genitori. Frequentavo spesso quel posto, conoscevo tutti i reparti come le stanze della mia casa, mi divertivo a fare su e giù negli ascensori: lì dentro mi sentivo al sicuro.

Mentre il traffico ricominciava a scorrere, il mio papà disse: “oggi ci hanno pagato, sono arrivati i soldi dello stipendio”. Eravamo alla fine del mese e questo momento, per tutte le famiglie dei dipendenti statali, rappresentava un grande evento che regalava felicità e serenità a tutta la famiglia. Perciò anch’io mi sentivo sereno.

La voce di mio padre era rilassata e pacata, mi dava fiducia. Un altro mese era terminato per dare spazio al nuovo.

Era un periodo in cui i miei genitori faticavano a gestire le spese familiari, il mutuo della casa per venticinque anni, i molteplici finanziamenti fatti per cose importanti, come i mobili della cameretta mia e di mio fratello. Tutto ciò non ci permetteva di arrivare fino a fine mese come avremmo voluto.

Mentre mio padre guidava nella sua tranquillità, gli feci una domanda fuori dagli schemi per un bambino di otto anni:

“Quanto guadagnate tu e la mamma?”

Mi ricordo che per me non fu facile porre questo quesito, perchè avevo timore di non ricevere una risposta o di infastidire mio padre.

Invece ciò non accadde e lui con tranquillità disse: “Circa un milione di lire”…..

Ancora oggi se proviamo a fare questo tipo di domanda ad un parente o ad un amico non è scontato che ci venga data una risposta. Del resto, chiunque di noi difficilmente riesce a rispondere liberamente.  Fa parte della nostra cultura latina essere gelosi e conservatori: non accettiamo che gli altri sappiano le nostre entrate per timore di essere giudicati su “come” gestiamo le nostre risorse economiche. C’è una specie di imbarazzo al pensiero di essere considerati “benestanti”, perché la nostra cultura etichetta chi ha di più, come qualcuno che imbroglia e sfrutta per avere sempre più denaro.

Questo è un atteggiamento tipicamente italiano, perché, ad esempio negli Stati Uniti, chiedere il profitto ad una persona equivale a fare una domanda “intelligente”. Per loro il reddito è capacità di sfruttare le proprie attitudini e risorse per produrre un utile. Se volessimo riassumere il concetto: in Italia se sei facoltoso il pensiero è: “chissà cosa ha combinato per arrivare dov’è”, negli USA invece sarebbe: “vedi che persona capace e determinata e dov’è arrivata!”.

La gestione della mia famiglia era davvero semplice, in apparenza. Nelle prime due settimane potevamo fare la spesa e acquistare carne e dolci per la domenica, mentre nella seconda metà del mese dovevamo limitarci ad acquistare solo lo stretto necessario. Più semplice di così non si poteva: si guadagnavano due milioni di lire in tutto e se ne spendevano altrettanti! Questo tipo di gestione economica spesso ci metteva in difficoltà, non potevamo permetterci di sbagliare. Qualunque imprevisto o spesa non programmata faceva vacillare il nostro precario equilibrio e ci metteva nella condizione di dover aspettare il successivo stipendio per poter respirare nuovamente. Non potrò mai dimenticare dell’incidente con l’auto nuova di mia madre: oltre al danno, anche la beffa di non poterla riparare per mancanza di una riserva economica a disposizione……

La famiglia è un esempio primordiale di impresa. Ci sono delle entrate e in base a queste devi programmare le uscite, devi conoscere i tuoi bisogni, le tue necessità e devi ripartire le tue risorse per ottenere il massimo possibile dalla tua gestione.

Paradossalmente, questo semplice insegnamento ricevuto dai miei genitori è un esempio a cui oggi mi ispiro tutti i giorni quando gestisco la mia azienda. Il mio intento – come quello di qualsiasi imprenditore – è quello di chiudere un bilancio annuale con un utile, in modo da poter disporre di una liquidità extra da dedicare a nuovi investimenti finanziari o di qualunque altra natura.

L’ambiente in cui viviamo ci porta a sviluppare pensieri e desideri, che non sempre corrispondono alla nostra reale volontà e aspirazione.

I miei genitori sono cresciuti in un contesto sociale in cui l’idea della vera ricchezza era possedere una casa, quindi tutti i loro sacrifici e gli sforzi “dovevano” essere rivolti a possedere questo bene irrinunciabile. L’acquisto della casa rappresentava quindi  un passo quasi obbligato per ogni famiglia: era sinonimo di grande sicurezza e stabilità agli occhi della società. Provate a riflettere, quanti dei vostri conoscenti di quella generazione sono proprietari di una casa?

La risposta sarà certamente: “Tutti o quasi tutti”.

Personalmente mi sono trovato nella stessa situazione, ho chiesto un mutuo per comprare una casa che in realtà non mi serviva in quel momento, in quanto abitavo nella casa dei miei genitori, ma che rappresentava qualcosa che prima o poi avrei dovuto avere e quindi meglio farlo il prima possibile.

Se ci ripenso oggi, effettivamente l’acquisto di un immobile è un investimento, ma con quel mucchio di soldi avrei potuto realizzare ben altri progetti sicuramente più redditizi.

Sono caduto nel circolo vizioso de : “Lo faccio perchè lo fanno tutti!”

Per cercare di spiegarvi meglio questo mio pensiero vi faccio degli esempi più semplici e concreti. Avete mai notato che chi nasce in una famiglia di professionisti molto probabilmente crescerà con l’aspirazione di diventare anch’egli un professionista?

Se nasci in una famiglia di impiegati molto probabilmente la tua aspirazione sarà di trovare un buon impiego che ti consenta di vivere in comodità come hanno fatto i tuoi genitori. Il contesto in cui nasci e cresci influenza direttamente e indirettamente i tuoi sogni e veicola le tue scelte e le tue abitudini.

E’ facilmente dimostrabile che una famiglia in cui i genitori hanno problemi di peso probabilmente rifletteranno lo stesso problema anche sui loro figli. Mentre una coppia sportiva e attenta all’alimentazione difficilmente avrà gli stessi problemi. Quanto appena detto, è quello che succede normalmente nella maggior parte dei casi, ma non è detto che non si possa uscire da questo meccanismo, delineando una strada tutta propria, pur in totale controtendenza. Bisogna essere in grado di saper individuare i propri desideri, e “scomodarsi” per realizzarli con determinazione e costanza.

Mio padre è stato un esempio per me di come, pur provenendo da un contesto familiare in cui le persone  credevano nei soldi facili, ha faticato per costruirsi un futuro basato su un lavoro onesto, dimostrandomi che basta semplicemente volere qualcosa per raggiungerla.

Ma torniamo a quel giorno, in macchina con mio padre.

Il traffico riprese a scorrere, e il mio babbo sembrava predisposto a parlare con me e approfittai per fargli altre domande.

Così pensai di chiedergli quanto guadagnasse un medico.

Lui rispose dicendomi che poteva essere più del doppio del reddito della mia famiglia.

Così, come tutti i bambini, iniziai a fantasticare.

Iniziai a sognare di diventare medico, così avrei potuto indossare il camice bianco, avrei potuto dare ordini a tutti, avrei guadagnato tanti soldi, avrei avuto una grande casa e una bella macchina e avrei potuto avere tutto quello che la mia famiglia in quel momento non riusciva ad avere.

Ovviamente questo è rimasto solo un sogno di quelli che si fanno da bambino, quando tutto è possibile e la mente non ha freni.

Ma tutti sappiamo che la realtà è diversa…..!

Ogni storia ha un inizio

La capacità di fantasticare e sognare è una caratteristica importante per chi vuol essere imprenditore. 

Sarebbe saggio conservare la curiosità dei bambini di scoprire cose nuove, avere un’apertura mentale senza pregiudizi e la volontà di apprendere qualunque cosa diventi utile per raggiungere i nostri obiettivi.

Sono stato sempre ambizioso fin da piccolo: la mia capacità di continuare a sognare e il mio allenamento nel cercare sempre nuovi stimoli, ha caratterizzato tutta la mia vita.

Ho sempre avuto voglia di indipendenza in tutti i sensi, volevo avere quello che desideravo senza aspettare che fossero i miei genitori a comprarmelo, volevo la libertà di poter gestire le mie ambizioni autonomamente.

Fin da ragazzino ho cercato di sfruttare le mie capacità per  essere indipendente, per esempio avevo la passione per la musica. Imparai così a suonare il clarinetto e riuscii ad entrare nella banda musicale del mio paese.

Nella mia terra, la banda musicale rappresenta una tradizione. I musicisti accompagnano i funerali, i santi nelle processioni religiose e ovviamente sono una presenza costante in tutte le occasioni di festa. Per ogni partecipazione a questo tipo di eventi percepivo un piccolo compenso. A soli quattordici anni ho potuto realizzare il sogno di comprare il mio primo scooter contando solo sui miei piccoli guadagni.

Crescendo e continuando anche a frequentare la scuola, a sedici anni iniziai a seguire un’altra delle mie ambizioni: lo sport.

Non avevo le giuste doti fisiche per ambire a diventare un calciatore professionista così, per rimanere nel settore, decisi di diventare arbitro di calcio e mi procurai un’ulteriore entrata economica.

Dopo il diploma però, arrivarono le prime scelte importanti ed anche le prime vere difficoltà, in primis l’improvvisa perdita di mio padre.

In questa occasione mi sono mancate tutte le certezze che avevo e la bussola della mia vita non aveva più un riferimento 

Nel 1999 il servizio di leva era ancora obbligatorio e rappresentava un momento cruciale nella vita di ogni ragazzo.

A quel punto dovevo scegliere se partire per il militare e lasciare tutto per provare a costruirmi una carriera in quell’ambiente, oppure continuare con gli studi e provare a diventare un informatico. 

Conoscendo le mia scarsa propensione allo studio decisi di seguire la prima strada, considerando anche che ero affascinato dall’idea di indossare una divisa. Così mi arruolai nella Guardia di Finanza. Avevo la mia bella uniforme; con quella addosso mi sentivo orgoglioso e realizzato, avevo tante aspettative dal mio nuovo ruolo.

Fino a quel momento credevo che quella sarebbe stata la mia strada, invece poi con il passare del tempo mi resi conto che non era come me lo aspettavo, dovevo seguire un sacco di regole, mi veniva chiesto di modificare il mio modo di pensare per uniformarmi al pensiero dei miei colleghi e superiori. Era un lavoro che non dava spazio e sfogo al mio essere ambizioso. Per cui, terminato l’anno, decisi di mollare e di ricominciare da zero a cercare la mia strada.

Raccolsi tutte le mie competenze e passioni in un bel curriculum e iniziai ad inviarlo ovunque.

All’inizio fu davvero difficile, mi rispose solo una fabbrica e mi assunsero come addetto alla linea di montaggio. Il lavoro era semplice e monotono e lo accettai solo per questioni economiche, ma ben presto dovetti arrendermi. Non accettavo l’idea di alzarmi ogni mattina per andare a fare sempre la solita sequenza di azioni. Preferivo essere disoccupato piuttosto che impazzire.

Ripresi a cercare e fui fortunato perché trovai impiego in uno studio di ingegneria e, ironia della sorte, dopo due anni tornai nella vecchia fabbrica, su quella linea di montaggio da cui ero partito, questa volta nella veste di consulente e progettista.

Mi sentivo orgoglioso di me stesso. Così ripensai a quando passavo otto ore al giorno su quella linea di montaggio e provai un’enorme soddisfazione per aver avuto il coraggio di cambiare.

Gli anni che ho trascorso in quello studio di ingegneria rappresentano quello che a me piace definire il periodo “tranquillo” della mia esistenza: avevo un contratto di lavoro a tempo indeterminato, avevo acquistato la casa con un mutuo, avevo la macchina, una fidanzata e tutto era apparentemente sereno.

Tutto tranne il mio “Essere Creativo”.

Pensai che, forse, cercare nuovi stimoli mi avrebbe aiutato a tornare in pace con me stesso.

Mi appassionai al mondo del fitness e della nutrizione e conseguii così il brevetto di Personal Trainer. Ma anche questo si rivelò insufficiente: mi sentivo incastrato in una vita perfetta per tutti, tranne che per me stesso!

Era necessario per me un cambiamento radicale, decisi allora di stravolgere tutto e di seguire il mio desiderio di viaggiare, imparare nuove lingue, conoscere il resto del mondo, sfidare i cambiamenti.

Mi licenziai e decisi di andare a lavorare come personal trainer sulle navi da crociera.

Questa scelta però, fu tutt’altro che semplice. Tutti i miei amici e conoscenti mi davano del pazzo per questa improvvisa decisione. Le opinioni ed i pareri di tutti erano tese a scoraggiarmi, mi sentivo ripetere che me ne sarei pentito per sempre, che non sarei potuto tornare indietro sui miei passi, che mettevo a rischio la mia stabilità economica e che stavo prendendo troppo alla leggera il mio futuro.

Non che questi pareri non fossero sensati o legittimi, ma semplicemente appartenevano ad un punto di vista diametralmente opposto al mio in quel momento.

Le uniche persone che riuscivano a capirmi erano proprio quelle che mettevano da parte le proprie riserve mentali e si sforzavano di guardare le cose dal mio punto di vista.

Ad oggi posso affermare che sono contento di aver dato ascolto al mio istinto. Se fossi rimasto alla mia vecchia vita, dando credito alle parole di tutti, qualche anno più tardi, mi sarei ritrovato senza lavoro perché lo studio di progettazione chiuse e lasciò tutti a spasso.

Forse a quel punto avrei comunque preso strade diverse, ma l’aver cambiato tutto per realizzare il mio sogno invece di restarmene  ‘tranquillo’ nella mia zona di comfort, ancora oggi mi riempie di orgoglio.

Non nego che il percorso da lì in poi, sia stato in salita, ma questo non mi ha mai impedito di cogliere il lato positivo delle cose.

Ed eccomi quindi catapultato su una nave da crociera, con i miei sogni tutti da realizzare. Su quella città galleggiante, mi sentivo un pesce fuor d’acqua, calato in una realtà del tutto diversa da quella che avevo lasciato.

Eppure ero felice. Ogni mattina mi alzavo sereno perché sapevo di essere sulla strada giusta: quella che avevo scelto per me.

FINE PRIMO CAPITOLO